dimanche 22 octobre 2017

Cattus maior

La questione animali della scorsa settimana ha movimentato il blog, cosa a cui non sono molto abituato, però sono saltati fuori degli argomenti interessanti, e poi è una cosa talmente attuale ed in divenire che non passa giorno senza imbattersi in qualche querelle animal.

Di cani ne so poco, pur avendo passato l'infanzia con i vari cani delle mie zie, ma all'epoca ero piccolo e certi dettagli non li badavo. Una cosa che ricordo è che i tre cani delle rispettive tre zie-sorelle avevano subito fatto branco, così come io ed i miei cugini, una banda di scalmanati; ricordo bellissimi pomeriggi passati nei prati a rievocare battaglie, simulazioni di cacce alla volpe, prese della Bastiglia ed altre amenità storiche rivedute e corrette, attività che coinvolgeva cani e cugini e pure qualche malcapitato visitatore occasionale. Non ricordo fastidi particolari se non la volta in cui il cane di mio fratello decise di scappare per venire a trovarci e si sparò una ventina di chilometri per passare un paio di giorni con noi e poi decise che era ora di tornare a casa. Dopo scoprimmo che mio fratello lo aveva sgridato per non so cosa e lui permaloso, se n'era andato. Lo lasciammo fare, e penso che se avesse deciso di restare con noi, mia madre lo avrebbe accettato senza troppi problemi, felice di sottrarglielo.

Sui gatti ne so di più, per averne avuti. La Gatta, (così si chiamava l'ultima) arrivava dal gattile, quindi è capitata in casa già cresciuta et imparata, ma con tutta una serie di traumi e comportamenti da stress, tipici dei gatti abbandonati. Non è stata una gatta facile, devo dirlo, ma grazie ai consigli della veterinaria sono riuscito a convivere con lei per 18 anni, dico convivere perché La Gatta, era una coinquilina più che un animale di proprietà. 

Il primo periodo è stato il gatto invisibile, si era ricavata un nascondiglio dietro alla caldaia della cucina e lì restava per tutto il giorno. Ne usciva per mangiare e per andare in bagno, e credo per le ispezioni notturne nel cortile, ma nulla più. Dopo un paio di settimane ero preoccupato, ma la veterinaria mi aveva avvisato di lasciarla fare, non forzarla, ne insistere, ignorala mi disse, i gatti hanno i loro tempi.
Così capitò che una sera ero sul divano e si presentò alla porta del salotto, arrivò lì' silenziosa come solo i gatti sanno fare e piantò un MIAO come a dire: oh sono qui! Poco ci mancò che infartassi.

Da allora si è sempre gestita la sua vita, decidendo in autonomia cosa fare, dove dormire e quando fare vita sociale, abbiamo stabilito un linguaggio per comunicare e gli orari di uscita in strada, assolutamente indispensabili per lei. I primi periodi erano solo fugaci pattugliamenti in mia presenza, se io rientravo lei ritornava di fretta, poi ha allungato i tempi, a volte la trovavo ad aspettarmi, altre stava via sino al mattino. Impedirglielo significava renderla nervosa per giorni interi.

Poi aveva le sue amicizie, ebbene si, un suo giro di visite che comprendevano i giardini dei vicini e relativi proprietari, altri gatti, a cui teneva compagnia per un paio di ore per poi tornarsene a casa, il bar della Paola dove compariva solo di domenica. Aveva per 'amici' persone che nemmeno io conoscevo.

Spesso sono stato additato come un padrone menefreghista, che esce e lascia il gatto in strada. Ma aveva il collare con il numero e se avesse combinato guai mi avrebbero trovato facilmente, pur avendo la libera uscita non è mai scappata e non si è mai persa. Qualcuno disse che era una gatta borderline e che dovevo tenerla in casa come fanno tutti. Fuck.

Per parte mia ho sempre seguito le indicazioni della veterinaria, che diceva: trattala come una tua pari, rispetta i suoi tempi e i suoi capricci. Se fa casini la sgridi e lei capisce, spesso bastava un grugnito e un'occhiataccia e spariva.
Uno dei suoi vezzi era la determinazione a sistemare i soprammobili del tavolo in ingresso, non li faceva cadere ma lì spostava come piaceva a lei, in posizioni precise, controllandone periodicamente il mantenimento. Se spolverando venivano disposti in modo diverso lei saliva e rimetteva a posto.

In casa aveva le sue zone, la cuccia con la paglia in cucina se era in attesa del pranzo, una scatola di legno in salotto con dentro un mio maglione per le giornate buone, una specie di grotta ricavata nel cartone delle birre in dispensa per quando detestava il mondo, se stava fuori e voleva farsi trovare allora c'era la pedana del mio scooter o il sellino se era in fase vedetta.

Vivere con lei è stato un bel periodo. Non è stato facile destinarla all'eutanasia quando è arrivato il momento, ma siamo stati insieme sino alla fine, e devo dire che ho sempre avuto una veterinaria sapiente, e poi è il corso naturale delle cose. Tuttavia dopo lei non potrei più avere altri gatti.



dimanche 15 octobre 2017

Non può piovere per sempre

Antefatto:
Esterno notte; 9 ottobre 2014. Una strada del centro città.



Sequel:
Interno giorno; 9 ottobre 2017. Locale al piano terra in una strada del centro città.

Qualcuno è entrato, ci sono delle impronte nel fango secco, somigliano a orme sulla sabbia, le seguo, e arrivo alla scrivania, che ha tutti i cassetti aperti e vuoti, chissà cosa avranno salvato. In compenso sul sottomano in finta pelle, tra il portapenne e un'improbabile lampada da ufficio, oltre alla polvere ci sono i calcinacci crollati dal soffitto. La sedia in tela è vistosamente chiazzata di muffa nera e sullo schedario i raccoglitori si sono abbattuti di lato, come alberi nel vento.
Tutto intorno a questo delirio gli scaffali dei libri sembrano intatti, tranne per una linea alta circa mezzo metro dal pavimento, una fascia marrone che segna a lutto la fine che faranno i libri dei primi due ripiani.
Quelli sopra sembrano apparentemente incolumi, ma a ben guardare alcune sovracopertine appaiono arricciate e i dorsetti di alcuni volumi penzolano eloquenti, una muffetta scura ha macchiato la carta e polvere e ragnatele hanno fatto il resto.

Il pavimento è una distesa marrone con varie sfumature nere o verdastre che lo fanno assomigliare ad una carta geografica. Per istinto spalanco le finestre, che per tre lunghi anni sono rimaste sigillate, il regno dei ragni viene messo in fuga. Entra un timido sole autunnale a rendere più laconico l'ambiente. Avevo dimenticato l'afrore tipico delle stanze chiuse da anni.
Avanzo lentamente, il pavimento è vistosamente sollevato al centro ed attraversato da una spaccatura che ricorda molto il letto di un fiume in secca, in questa geologia mi sento un po' un neo Howard Carter, quindi valuto attentamente dove mettere i piedi, se proseguire o tornarmene indietro come qualche mio predecessore deve aver fatto. Ma sono stoico, faccio foto per ricordare intatto un luogo che a questo punto sarà cancellato dalla memoria.

Non accade nulla, nemmeno la maledizione del bibliotecario contro il barbaro invasore che procederà al macero di ogni volume, nulla!

Dall'esterno arriva il rumore della città, voci di passanti ignari del dramma che si è consumato dietro quella porta chiusa, davanti a cui sono cresciute erbacce e cavalletti di pronto intervento. Resto nella catacomba, il cimitero dei libri dimenticati, mi armo di guanti e comincio a spostare volumi, blocchi incollati di sei o sette libri finiscono della cuffa, si staccano di malavoglia dai ripiani in cui si sono asciugati lentamente per tre anni.
Buttare - pare l'unica parola possibile. Ecco l'immagine della decadenza!
Ai piani superiori la situazione migliora, tuttavia l'odore della carta ammuffita è insopportabile, nella parte centrale, dove anche il soffitto ha ceduto si prospetta un'eutanasia di gruppo.

La sezione bambini pare salva, sarà che la carta di quei libri dovendo resistere alle manine rapaci è più coriacea. Inizio da quella, accatastando tutto sul davanzale della finestra.
Mentre sono lì a bestemmiare mi sento chiamare dalla strada... una mamma occhi a mandorla con piccoletti al seguito, il più grande, che avrà 5 anni sbraita perché ha visto una copertina della Carica dei 101... la piccola si accoda al fratello e tende le manine roteando le dita.

Gli lascio prendere il libro confidando nell'infinità di anticorpi che i piccoli mocciosi possono avere. A seguire un altro paio di mamme uscite dal vicino asilo si accodano per curiosare, i piccoli reclamano il loro bottino. Lascio fare pensando che mi risparmierò alcuni viaggi al bidone della carta.

I libri finiscono, pure Pinocchio, Cenerentola e il teatrino delle marionette che apri e vien su il sipario, Super Gulp, Paperinik, i piccoli non seguono le mode ed io, che mi ero imposto un muso lungo e mi sentivo Torquemada, mi riassesto l'umore a quei gridolini di stupore, immaginandomi i pargoli scorrere le avventure di Calimero nelle loro camerette, sfangando la play o altre diavolerie a batteria.

Che strano, a volte basta davvero poco e una giornata si aggiusta. Così accompagno Voltaire, Maurensig e Saramago al cassonetto, a loro è sopravvissuto Speedy Gonzales.

"Yepa, yepa, yepa! Andale, andale! Arriba, arriba!"

dimanche 8 octobre 2017

Canis maior minor cessat

Alcune settimane fa un'amica ha condiviso su FB un articolo di Luigi Santis, apparso sul Corriere della Sera, nella rubrica Italians diretta da Beppe Severgnini. Il mood è quello del Severgnini provocatore, che riesce a scardinare stereotipi e luoghi comuni con una naturalezza invidiabile.

Lei ha condiviso l'articolo senza commentarlo, ma è immediatamente scattata una pubblica gogna tra alcuni suoi amici; dagli a chi non ama gli animali! dagli a chi OSA mettere like a questo articolo. La cosa che più mi ha stupito è stato il fatto che chi interveniva lo faceva solo per criticare una scelta personale. Come se questo solo fattore rappresentasse una lettera scarlatta bastante per il tutto.

Io ho seguito da lurcher anche perché buttarsi in certe discussioni sui social spesso è improduttivo.

La questione cani, è riemersa con aspetti diversi sul blog di Gioia, ed anche qui è subito apparso netto lo schieramento, pro e contro, come se non sia possibile una zona grigia. Quindi le persone si scagliano insofferenti dell'insofferenza altrui.

Resta una cosa, se dico: a me quelli che baciano i cani mi fanno schifo, immancabilmente chi lo fa, o chi non ci vede nulla di male, si sente punto nel vivo, e si sente in dovere ad esprimersi con l'arroganza di chi ha le ragioni del mondo dalla sua parte; perché il bacio è amore; quindi nascono quei teatrini in cui: tu non devi permetterti di dire queste cose, oppure sciacquati la bocca prima di parlare dei cani.

Una cosa che viene data per scontata, è che il cane DEVE piacere, un po' come il micetto glitterato su FB, se non metti il like sei un insensibile, un mangiagatti; il micetto, cosi come tutta una serie di altri stereotipi, individua il Buono, è come una griffe, serve a far nascere commenti stucchevoli e mielosi, spesso fini a se stessi, ma non importa.

Se questo non accade allora le persone si straniscono.

Mi è capitato di discutere real con una tipa che argomentava sulla questione bacio al cane sul muso, (lei lo chiamava bocca), che già sul pelo ci sarebbe da dirne; ma lei sosteneva che è un segno d'affetto indiscutibile e indispensabile; a chi è indispensabile mi sono chiesto. Alcuni cani quando si incontrano si annusano e si leccano, ma non sempre, e comunque non credo lo facciano per dimostrarsi amore. Per esempio io sapevo che i cani non vanno abbracciati, perché si stressano, ma molti padroni lo fanno e guai a dirgli che sbagliano.

E' che il linguaggio degli animali è molto differente dalle convinzioni umane, quindi anche il bacio può avere un senso per l'umano, ma il cane lo avverte in modo differente.
Ma alla tipa pareva non importare molto, perché l'amore è un linguaggio universale (testuale), ho solo potuto ribattere: a me le persone che baciano il cane o si fanno leccare sulla faccia, mi fanno schifo... tu per esempio tuo marito non lo baci se non si è lavato i denti dopo la sigaretta, ma il cane si, anche se dopo aver cagato si è leccato il culo, vedi un po' tu!

Poi ho lasciato perdere la discussione perché mi stavo annoiando.

Nella mia visione delle cose il cane da compagnia non è previsto; lo so che è una visione poco poetica, ma deriva dalle esperienze contadine della mia giovinezza, per cui un animale per essere preso in custodia aveva bisogno di due condizioni fondamentali, lo spazio (esterno) utile per una vita degna e libera, e la necessità di impiego; per cui il gatto serviva a tener fuori i topi dalla cantina, ed aveva a sua disposizione un giardino per viversi le sue solitudini feline, la gattarola sulla porta del fienile e il bosco a sua competa disposizione, e il cane veniva utilizzato per fare la guardia, o per accompagnare il cacciatore o il pecoraio; ed anch'esso era lasciato libero di girare nell'aia a suo piacimento, i più attenti sistemavano un cancello o una recinzione giusto per evitare che si scopasse tutte le cagnette in calore della valle. Punto. Non era previsto che gli animali dormissero in casa sul letto o nelle camere, e questo non per cattiveria, ma per igiene. 

L'idea di costringere un cane (o un gatto) tra le quattro mura domestiche, facendolo rimbalzare tra cuccia, letto e divano per intere giornate, rendendolo isterico a vita, è proprio qualcosa che esula dalla mia visione del possedere un animale, fosse anche un pesce rosso. E non troviamo la scusante del "ma è un cane piccolo" come se la misura fosse un alibi per poterlo tenere rinchiuso. Stateci voi in una casa grandissima tutta la vita, poi mi dite.

Perché è chiaro che si precipita in una qualche forma di egoismo, per cui la libertà altrui (in questo caso dell'animale) viene sacrificata e costretta in virtù delle personali esigenze e del piacere di ritrovare l'animale in casa al rientro, grato per la libertà concessa con la pisciatina serale. Segue che per compensare questa violenza il padrone senta l'esigenza di esagerare nei comportamenti amorevoli, abbindolandolo con il guinzaglietto carino, il cappottino impermeabile, la ciotola con le impronte o i giochini che fischiano e suonano... palliativi! molti lo fanno coi loro figli, figurarsi con un animale.

dimanche 1 octobre 2017

Manca un titolo e poi è fatta (click)

La sorprendente velocità con cui mi rompo il cazzo di alcune persone questa volta mi ha messo in allarme e mi ha fatto temere il peggio sul mio stato di misantropia che vira dall'acuto al cronico.
E' andata così: all'inizio di primavera un'associazione di fotografi dilettanti (molto dilettanti) ci contatta per proporci una mostra fotografica; tutto da definire, e già qui avrei dovuto dire: ok chiarite un titolo, un cronoprogramma e ne riparliamo. Ma come sempre per non essere tranchant, e dietro l'invito pressante della mia collega, decidiamo di incontrarci.

L'incontro è conoscitivo, ci scambiamo un paio di proposte tra un sorso di birra e l'altro e poi decidiamo di riaggiornarci con idee quagliate, impieghiamo in tutto un paio di ore; neutre... ne piacevoli ma nemmeno fastidiose. Come sempre accade nasce un gruppo di discussione su FB che si intasa subito di faccine e messaggi del cazzo, ma ci stiamo conoscendo e fa brutto dire: l'utente ha lasciato il gruppo. Tuttavia avverto un leggero fastidio, ma lo tollero semplicemente perché lo ritengo frutto di una mia insana precoce intolleranza che andrebbe curata (prima o poi).

Mi prendo anche il disturbo di segnalare un paio di location adatte ad ospitare l'evento, più che altro per poter valutare costi e spazio a disposizione, che a mio avviso vanno tenuti in considerazione prima di far partire qualsiasi iniziativa. Fine - poiché avverto che il mio interessamento rischia di essere interpretato come invasivo.

L'estate scorre nell'oblio, e ci sta anche ma allo scadere dei quattro mesi, un giorno in cui ero inattivo (e questa cosa devo ricordarmela come: lascia-stare-il-can-che-dorme) riesumo il gruppo chiedendo se avevano partorito qualcosa. Risposta immediata ma negativa da parte di tutti, anche di chi non era presente all'incontro, nulla di fatto, nessuna idea maturata, ci stiamo pensando ed anzi: ma voi?
la mia collega saggiamente non risponde nemmeno, io [babbo-di-minkia] mi prendo il disturbo e butto lì un paio di idee, generiche e malleabili, che però scatenano un'alzata di scudi con i NO ben evidenziati, perché LORO non fotografano questo o quello, NON hanno tempo, non SANNO, non credono che - non si occupano di - no!. insomma NO. Guai tarpare la loro ispirazione artistica.

Ingenuamente mi aspettavo delle controproposte che però non arrivano, a quel punto la mia collega propone un secondo incontro nei luoghi oggetto di foto e prospetta delle date, credo più  che altro per un suo desiderio diplomatico. Ma anche così, nulla, i giorni non vanno bene. Punto.

Controproposte ne hanno? NO.

Siccome avevo l'impressione che la cosa fosse fatta scientemente, ho preso la decisione di ignorare completamente tutto l'evolversi della questione e nemmeno per pura curiosità sarò interessato ad un secondo incontro, se mai ci sarà, perché oramai ne ho la certezza, diventerebbe solo una perdita di tempo.

Poi non so perché, sono arrivato a questa conclusione: non ne hanno voglia, non sanno come sfilarsi da una loro proposta di cui devono essersi pentiti, forse gli stiamo pure sul cazzo (la cosa sarebbe reciproca) va a sapere, e allora traccheggiano e stufano sperando che abbandoniamo noi per primi; un po' come quegli uomini che non sanno come mollare la tipa e fanno di tutto per esasperarla e farsi mollare, e rimanere così verginelli dalla parte della ragione, per poter piagnucolare e dire: vedi vedi, sei tu quella stronza che mi ha lasciato con il cuore spezzato.

Poi ho subito iniziato a pensare a questo post ed a una lista di sintomi connotativi dei cazzari-inconcludenti, quelli che si frastornano di progetti ed hanno necessità di incolpare gli altri quando non riescono a portarli a termine. Perché vivo un periodo così, medico/diagnostico se vogliamo chiamarlo in qualche modo, ed ho bisogno di compilare la mia personale Enciclopedia Larousse dei casi umani:

- incontri organizzativi al bar (a me da fastidio parlare di cose semi-serie con il cameriere sul collo)

- assenza di un verbale d'incontro (mi dimentico le cose, soprattutto se ci si rivede dopo cinque mesi)

- negazione di qualsiasi proposta altrui (atteggiamento distruttivo incomprensibile)

- vaghezza in termini logistici, segue assenza di iniziativa.

Ecco mi sono fermato a questi primi quattro con un po' di ansia; keep calm and relax you mi son detto, non è che devi partire a bomba ogni volta. Però dall'altra parte lo vedi subito chi ha la stoffa e sa quello che vuole e deve solo trovare il modo per realizzare l'idea che ha in testa, e chi invece brancola come un micetto cieco.

Dico questo perché gente VispaTeresa Style ne ho già vista troppa e una volta ben individuata è quasi un piacere rimbalzarla, è una sorta di palestra di vita, è apprendimento. Mio e loro.
In questo modo potrò leggermi un bel libro, crudo e spietato come piace a me...

PS. libro da leggere in questo caso: Humbert Selby jr.- Ultima fermata Brooklyn, Feltrinelli, 1977.

dimanche 24 septembre 2017

Essere - Pigna secca -

Essere pigna secca nell'accezione personale è un misto tra: 30% avarizia + 30% avidità + 30% opportunismo e un pizzico di scrocconaggine, e volendo anche qualcosa di più. La definizione deriva dal titolo di una commedia dialettale e secondo me rappresenta benissimo un certo tipo di persone facili da incontrare, meno da riconoscere.

Una caratteristica delle pigne secche è credersi insospettabili, hanno percezione di essere 'furbetti' e cercano di non darlo a vedere, alcuni se ne vantano blandamente, ma quando glielo fai notare si irritano, come se gli rivelassi un difetto congenito.

Un'altra caratteristica del vero pigna secca è che sarebbe disposto a perdere un'amicizia pur di proseguire nel suo vantaggio, e spesso accade proprio così, in questo modo vagolano da una compagnia all'altra in perenne ricerca della condizione ideale, ovvero l'amico (uno o più) che gli offre da bere, li invita a pranzo, gli regala oggetti o vestiti che non usa, li omaggia nelle occasioni canoniche, divide alla romana una pizza&birra contro un branzino&vermentino, e tutto senza aspettarsi nulla in cambio, per benevolenza o per distrazione o semplicemente perché esistono persone pigna verde, che non stanno lì con il bilancino e la lista a controllare il dare-avere.

Normalmente i pigna secca sono prodighi di sentimenti e buone intenzioni, a patto che il tutto rimanga nell'ambito del gratuito, e del non impegnativo, si sentono grossi quando possono passare l'informazione 'preziosa' che a loro non procura nessun beneficio, ma forse all'amico si, forse. Sono quelli che - ah ma se me lo dicevi io conosco uno che - e se glielo dicevate non conoscevano nessuno. Insomma sono dei grandi parolieri, se vogliamo cazzari, ed anche il tempo rientra nelle loro competenze, se possono risparmiarlo a scapito altrui ben venga.

Ora se vi capita di avere a che fare con queste persone, e sono certo che nel quotidiano capita spesso, dovreste provare a fare un esperimento, li guardate serio serio e gli dite: sai mi spiace molto ma devo chiederti un grosso favore ... poi vi inventate qualcosa di credibile ma per voi assolutamente inutile, non importa cosa, ma godetevi lo sguardo appanicato del pigna secca, messo davanti all'amletico dubbio, accettare e disconoscere la propria essenza di pigna secca, oppure arrampicarsi sullo specchio e negarsi con un pretesto qualsiasi, rischiando di rivelarvi la sua identità e perdere future, ghiotte occasioni.

dimanche 17 septembre 2017

Dieci semplici regole per riconoscere un babbo-di-minKia

Ed eccomi qua! sapevo che prima o poi ci sarei arrivato, ad attivare quel fiuto infallibile che ognuno possiede, quel sesto senso che, se lasciassimo funzionare, ci terrebbe lontani da un'infinità di rogne, ma che invece tarpiamo per gentilezza, accondiscendenza oppure educazione.

Ma ora basta!

La prima e forse unica cosa utile per liberare questa autotutela naturale è ascoltare (e dar seguito) a quella vocina interiore che ci mette in guardia da situazioni o persone fa-sti-dio-se, per cui non appena qualcuno o qualcosa non vi convince... rimbalzatelo!!!
In merito sto approntando un decalogo...

1) La voce - una voce lagnosa, con la cantilena, che trascina le sillabe, e farebbe cadere i coglioni anche alla persona più paziente del mondo, (alcuni tendono a parlare a voce alta anche quando non occorre) è il primo segnale. Molti hanno avuto dei professori di liceo così, ma se mancano le altre caratteristiche erano solo: che-palle-prof! o in classe c'era casino.

2) La camminata - i babbi-di-minkia camminano goffamente, le donne sculettano come delle papere, gli uomini come se avessero le mutande inamidate, la camminata strascicata è riconoscibile in entrambi, soprattutto in estate con la sciabattata sciatta.

3) La gestualità - movimenti tentennanti anche nelle mansioni più semplici e quotidiane, mano a teiera, e in generale quel fare svagato alla "vispa-teresa" (tipico il ciondolamento della testa).

4) L'uso delle parole - il linguaggio è basico, difficilmente adottano parole con richiami letterari, più spesso utilizzano dialettismi, o confondono i termini, usandoli a sproposito; un classico... l'uso smodato dell'intercalare: EH; usato come domanda o come rafforzativo di una frase (guarda che io l'ho detto eh!)

5) L'abbigliamento - può essere trasandato, dozzinale, oppure terribilmente old, come se avessero trovato i vestiti nelle buste per i ciechi.

6) Lo sguardo - spesso è perso nel vuoto e non perché siano miopi, a volte accompagnato dalla respirazione a bocca aperta che anticamente connotava lo sciemo dello villaggio.

7) Umorismo - il vero babbo-di-minkia ne è totalmente privo.

8) Iniziativa - idem come sopra, quando va bene vanno in imitazione di altri, ma con scarsi risultati.

9) Help desk - detta anche capacità di desbelinarsi, manca perfino per le mansioni più banali, hanno perennemente bisogno che qualcuno li aiuti in qualcosa, che non sanno, che non hanno capito e che non riescono proprio a fare da soli. Normalmente poi richiedono una seconda spiegazione.

10) Se hai letto sino qui ed hai almeno tre delle caratteristiche elencate, allora sei un babbo-di-minkia, o una babba-di-minkia,
quindi addio!
Non commentare neanche, perché ti cancello il commento, ti irriti? fregacazzo, fattene una ragione, vai e metti un gattino su FB e ti risolvi la giornata con i like, se esci invece... vai a fare la fila alla posta senza prendere il numeretto.

dimanche 10 septembre 2017

Scurdámmoce 'o ppassato

Trovare notizie liete è difficile, ed inizio a temere che andando avanti così finirò pure io per concentrarmi solo sulle rogne. Ci pensavo leggendo la notizia del rogo di Faragola, un sito archeologico che è stato incendiato, pare dalla malavita locale, i veri veri motivi probabilmente non si sapranno mai.
A me venivano in mente altri opportuni incendi dove chi controlla crea il danno per speculare sulla catastrofe, e così sono rimasto scettico per tutta la lettura dell'articolo e nemmeno sono riuscito ad incazzarmi.

Nel leggere invece mi sono concentrato su come vengono confezionate le informazioni; innanzitutto mi sono chiesto come sia possibile che una copertura ignifuga (così la definisce nell'articolo) possa essere incendiata. Siccome siamo in Italia e siamo al Sud mi è sorto il dubbio che forse tanto ignifuga non era, ma anche scoprendo esattamente i modi ed il perché di un atto simile, la sostanza non cambia, il danno c'è e rimane, dimostrazione di incapacità e di sottocultura.

Comunque sia, il mood è: guardate che disastro, ah ma noi non ci arrenderemo e sfidando tutto e tutti rimetteremo tutto a posto.
A me verrebbe da dire: guarda, grazie ma anche NO. Lascia perdere che è chiaro, siete in minoranza e nemmeno troppo intelligenti, poi chiedete soldi pubblici facendo leva sulla lotta e sul contrasto ad una criminalità che da oltre 150 anni state combattendo, sono soldi cacciati nel cesso, se hai problemi d'orgoglio emigra e risolvili altrove, perché è chiaro che lì non ci cavi un ragno dal buco.

Quindi consiglierei... riseppellite tutto, mettere i teli di protezione, un bello strato di terriccio e lasciate che i posteri, se mai ce ne saranno con adeguate capacità cognitive, se la riscoprano integra e la valorizzino loro perché così gli state consegnando solo altre rovine e cenere.

Razionalmente trovo sia la scelta più onesta, che senso ha accanirsi e devastare ulteriormente un bene plurimillenario, che una vota ri restaurato sarà nuovamente esposto al degrado e all'abbandono?